L’antico metodo di illuminazione adoperato sui gruppi statuari del giovedì santo di Caltanissetta si rifaceva alla tecnica delle lampade a carburo adoperate in miniera, riadattata per la processione dagli stessi zolfatai.
Sin da origine, tutti i gruppi statuari erano illuminati a gas acetilene (Fig. 1).
La tecnica fu rimpiazzata nel corso degli anni con sistemi di illuminazione elettrica a 12 volt.
L’impianto di illuminazione a gas acetilene era composto da due contenitori sovrapposti: in quello inferiore (a), al di sotto di un imbuto traforato, era contenuto il carburo di calcio, in quello superiore (b) l’acqua.
L’acqua, attraverso un foro (regolato da una vite) (c), precipitava a gocce sul carburo innescando la reazione chimica che genera l’acetilene; quest’ultimo, attraverso un condotto che nella maggioranza dei casi attraversava il contenitore dell’acqua, veniva indirizzato verso un sifone (d) atto a diramare il gas ai corpi illuminanti delle Vare.
Attraverso un sistema di tubi, contenuti all’interno di elementi modulari in lamiera di acciaio dolce, che compongono i corpi illuminanti (e), il gas giungeva ai beccucci dove veniva incendiato.
La tipologia di beccuccio abitualmente utilizzato nelle Vare, generava una caratteristica fiamma a doppia punta (Fig. 2).
Proteggevano la fiamma paralumi in vetro di svariate forme e dimensioni (f), ancora oggi adoperati.